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Anno XI
DALLARA: LA FORMULA 1? NO GRAZIE, C'E' LA FERRARI! 10.12.07 - In occasione della consegna dei Caschi d'Oro 2007, l'ing. Giampaolo Dallara, premiato con un riconoscimento speciale, ha fatto capire che un suo ritorno in F1 è altamente improbabile. Per motivi di budget? Per mancanza di appeal della attuale F1? No. Ma perché c'è già la Ferrari!
In occasione delle consegne dei Caschi d'Oro 2007, l'ing. Giampaolo Dallara si è, per così dire, esibito in una uscita che, alle orecchie dei veri appassionati di quattro ruote, suona alquanto stonata. Invitato a salire sul palco per ricevere un Casco d'Oro speciale per ovvi meriti sportivi, l'ing. subisce la più classica delle domande che si possano porre all'ing. stesso: "ingegnere, quando la potremo rivedere in F1?", chiede il giornalista RAI Franco Bortuzzo, presentatore dell'evento assieme alla collega Federica Balestrieri. E Dallara, lapidario: "ma vede, in F1 come marchio italiano c'è già la Ferrari, non vale la pena rientrare in F1 per recitare un ruolo di semplice comprimario. La Ferrari basta e avanza". Dagli affollati spalti, si levano (incomprensibili) gli applausi. Incomprensibili mica tanto, visto che l'Italia è il Paese in cui regna l'equazione "automobilismo sportivo = Formula 1 = Ferrari". O no?
Dallara, con le sua parole, ha sbagliato di grosso, pur essendo e rimanendo uomo accorto e simpatico, estremamente competente, validissimo imprenditore, eccelso costruttore di vetture da corsa. Ma, come direbbe il Baudo nazionale, "Dallara, non me lo dovevi fare!". No che non doveva. Che razza di ragionamento è "c'è già la Ferrari, quindi non entro in F1"? Se tutti ragionassero così, stiamo freschi! E la Super Aguri non avrebbe dovuto tentare, nemmeno ipotizzare, la grande avventura in F1: c'è già il colosso Honda, no? E quanti, in passato, non avrebbero dovuto provare l'ebbrezza della F1! No, non può e non deve funzionare in questo modo. Un costruttore deve avere il diritto di sentirsi libero di entrare o rinunciare alla F1 per validi motivi, ancorché giustificabili. Rinunciare ad un grande palcoscenico - qual è quello della F1 - poiché un costruttore sa già di non poter puntare alle prime posizioni o per timore di sfigurare rispetto ad un mito quale la Ferrari o, ancora, per un ipocrita spirito cavalleresco dal sapore "di italiano c'è già la Ferrari, basta e avanza", appare incomprensibile, ingiustificabile, inaccettabile, fuori da ogni più elementare logica sportiva, di competizione, di sfida, di sana rivalità corsaiola. La F1, ribadiamo, ha bisogno di quanti più costruttori possibili. Anche, e soprattutto, le cosiddette "piccole scuderie", i comprimari. Dallara, in F1, ha raccolto poco in termini di punti finali: cinque stagioni, dal 1988 al 1992, e come miglior risultati i due terzi posti di De Cesaris e J.J.Lehto conquistati, rispettivamente, al GP del Canada 1989 e a quello di Imola 1991. Beh, allora mettiamoci anche il quarto posto di Caffi a Monaco sempre nel 1989. Risultati che, per un piccolo costruttore (allora più di oggi), non sono certo da disprezzare, anzi. In ultimo, nel 1992, anche la fallimentare parentesi con i motori Ferrari: due sesti posti, ottenuti da Martini nei GP di Spagna e San Marino. La Dallara accusava la Ferrari di scarsa competitività dei suoi motori (non faceva una grinza), ma era altresì vero che anche sulle Ferrari quei 12 cilindri non è che andassero una meraviglia, anzi.
Vabbè, Dallara avrà detto quel che ha detto anche sull'onda emotiva dell'evento, la premiazione della Ferrari campione del mondo. Si dice che verba volant. Voleranno pure, le parole, ma c'è chi le sente e se le stampa in testa, prima che queste volant del tutto. Dallara, tra l'altro, è un costruttore che attualmente gode di ottima visibilità mondiale (e poca in Italia), è alquanto apprezzato e conosciuto dagli USA all'Europa intera, collabora con altre importanti Case, è in grado di attrarre a sé sponsor e finanziamenti qualora ne avesse bisogno, realizza ottime vetture per IRL, GP2, F3 e via dicendo, ha colto importanti successi nei Prototipi, dal prossimo anno sarà impegnato nella Grand Am, possiede tecnologia, in più, l'ing. Dallara vanta un curriculum di tutto rispetto. Insomma, perché mostrare un carattere a dir poco rinunciatario verso la F1 semplicemente per il fatto della "ingombrante" presenza del Cavallino, perché palesare in partenza una certa sudditanza psicologica verso la Casa più titolata della storia dell'automobilismo sportivo? E, soprattutto, perché rinunciare ancora una volta in partenza a portare un po' di Italia in F1? Minardi va preso a modello: ha detto addio alla F1 solo per mere ragioni economiche, perché non era più in grado di tirare la carretta. Di tutto il resto, semplicemente, se ne fregava! E così fecero Coloni, Osella e tutti gli altri costruttori italiani che si sono affacciati in F1. Come si dice: uno fa quel che può, in base alle proprie risorse e potenzialità.
È un peccato, un vero peccato non rivedere un altro costruttore italiano in F1. Un costruttore che, siamo sicuri, non sfigurerebbe affatto di fronte a Toyota, Toro Rosso, Force India, Super Aguri, Red Bull. La Formula 1 ha bisogno di nuove sfide, di gente che osi, non di zerbini. In F1 c'è posto per tutti. Basta volerlo.
------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Commenti di: Blade Runner:
Il ragionamento di Paolo Pellegrini non fa una grinza, anche se impregnato di una visione "idealistica" della Formula 1. Agli inizi i grandi marchi (Fiat, Lancia, Mercedes, Audi...) abbandonarono le corse per non vedere offuscata la propria immagine dai morti della F1, e fu l'era dei piccoli costruttori inglesi (esclusa la Ferrari): bastava una buona idea, un garage ed il solito otto cilindri Coshworth per creare una macchina vincente. Oggi la corsa alle tecnologie più avanzate ed ai materiali più sofisticati, unita ad una raffinatissima ricerca aerodinamica, ha fatto piazza pulità dei piccoli team, che nascono e muoiono nel giro di pochi Gran Premi, non potendo contare sul denaro di sponsor importanti. Parrebbe quindi giusta l'analisi dell'ing. Dallara che si ispira alla prudenza e punta ad un mercato tecnologicamente meno competitivo ma dove c'è più spazio per tutti. D'altro canto, in Formula 1 è rimasto solo Williams tra i piccoli team storici, ci sarebbe quindi spazio per l'esperienza di Dallara, purchè si trovino sponsor in grado di appoggiare l'iniziativa. Ma i tifosi italiani? Riuscirebbero a tifare Dallara oltre che Ferrari? Nel passato non troppo lontano altri team italiani ci hanno provato, oltre a Minardi, persino l'Alfa Romeo ha disputato qualche campionato, ma tutti prima o poi hanno ceduto per mancanza di fondi. Forse è questo che teme Giampaolo Dallara? Sarebbe bello tornare a vedere un altro team italiano in F1, ma credo che con questi regolamenti e questi costi così elevati, questo auspicio resti solo un pio desiderio.
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Blade Runner: Il ragionamento di Paolo Pellegrini non fa una grinza, anche se impregnato di una visione "idealistica" della Formula 1.
Agli inizi i grandi marchi (Fiat, Lancia, Mercedes, Audi...) abbandonarono le corse per non vedere offuscata la propria immagine dai morti della F1, e fu l'era dei piccoli costruttori inglesi (esclusa la Ferrari): bastava una buona idea, un garage ed il solito otto cilindri Coshworth per creare una macchina vincente.
Oggi la corsa alle tecnologie più avanzate ed ai materiali più sofisticati, unita ad una raffinatissima ricerca aerodinamica, ha fatto piazza pulità dei piccoli team, che nascono e muoiono nel giro di pochi Gran Premi, non potendo contare sul denaro di sponsor importanti.
Parrebbe quindi giusta l'analisi dell'ing. Dallara che si ispira alla prudenza e punta ad un mercato tecnologicamente meno competitivo ma dove c'è più spazio per tutti.
D'altro canto, in Formula 1 è rimasto solo Williams tra i piccoli team storici, ci sarebbe quindi spazio per l'esperienza di Dallara, purchè si trovino sponsor in grado di appoggiare l'iniziativa.
Ma i tifosi italiani? Riuscirebbero a tifare Dallara oltre che Ferrari?
Nel passato non troppo lontano altri team italiani ci hanno provato, oltre a Minardi, persino l'Alfa Romeo ha disputato qualche campionato, ma tutti prima o poi hanno ceduto per mancanza di fondi. Forse è questo che teme Giampaolo Dallara?
Sarebbe bello tornare a vedere un altro team italiano in F1, ma credo che con questi regolamenti e questi costi così elevati, questo auspicio resti solo un pio desiderio.
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