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SI PUO' ANCORA MORIRE IN FORMULA 1?
12.01.08 - La storia della Formula 1, come quella del motorismo più in generale, è segnata da tragici lutti, sin dalle sue origini. L'innalzamento nel 2008 delle protezioni laterali per la testa dei piloti di F1 è un ulteriore segnale in direzione di una sicurezza sempre più "totale". Ma si può ancora perdere la vita in F1?

Ad elencare tutti i piloti deceduti nell'automobilismo sportivo, dall'età pionieristica sino allo scorso anno, non la finiremmo più. Una scia di lutti lunga più di un secolo. Anche la F1 non scherza. Da quando esiste ufficialmente, cioè dal 1950, la massima categoria per monoposto è stata funestata, in ogni sua epoca, da lutti, lutti, e ancora lutti. Cinicamente, e con un pizzico di coraggio, va affermato un concetto, che oggi appare sempre più come "politicamente scorretto": la morte può essere diretta conseguenza dello sport del motore, volenti o nolenti. Tutti - pubblico, addetti ai lavori, piloti e via di questo passo - sono consci dei rischi, altissimi, che il nostro sport comporta, ha sempre comportato e sempre comporterà. Ma i lutti non riguardano solo ed esclusivamente coloro i quali le F1 le guidano in pista. Mettiamoci, in questa macabra lista, anche spettatori, commissari, addetti alla sicurezza. Anche loro, purtroppo, hanno versato il loro non indifferente contributo in sangue, spazzati via come foglie al vento da auto volanti e pneumatici impazziti.

La sicurezza delle odierne vetture di F1 è di altissimo livello. Scocche che devono superare impegnativi crash-test, resistere ad impatti frontali e laterali di parecchi "g", musi che debbono deformarsi - in caso di impatto - con una determinata "procedura" grazie alla loro particolare tecnica costruttiva, retrotreno rigidamente regolamentato e che deve, anch'esso, resistere a impatti violenti, protezioni laterali per la testa del pilota. Per non parlare, poi, del collare HANS (Head and Nech Support), autentica rivoluzione nel campo della sicurezza, reso obbligatorio nel 2003, ma in uso negli States da molto prima. Il rovescio della medaglia, in tutta questa ossessiva smania di sicurezza, è stata la "rovina" ingiustificata di molti tracciati storici, l'esclusione di altri e l'introduzione di regolamentazioni (vedi l'entrata della Safety Car anche per banali uscite di pista) alquanto discutibili. D'accordo, le F1 degli Anni 2000 sono solide e sicure, eppure non si possono, ancora, dormire sonni completamente tranquilli. Per un semplice, inalienabile motivo di DNA: la F1 è uno sport intrinsecamente rischioso. E sempre lo sarà, fortunatamente, a meno che qualche buonista benpensante non si alzi la mattina e decida di abolire le monoposto a ruote scoperte o, peggio ancora, lo sport del motore tutto, perché troppo pericoloso (e non eco-compatibile!). Il che non si significa "vogliamo gli incidenti, i botti, il sangue!", per carità. Non siamo dei sadici maniaci. Ma che si abbia sempre chiaro il concetto che correre ad oltre 300Km/h può comportare i suoi bei rischi, ineliminabili. E chi decide di entrare nel giro, piloti in primis, è bene che faccia di questo concetto uno stile di vita. Rischio sì, insomma, consapevolezza che guidare una F1 non è come praticare il curling, anche. E come la mettiamo con la morte?

Fino a non molti anni fa, la F1 mieteva le sue vittime di continuo. Si poteva morire in gara, oppure in qualifica, spesso in occasione di semplici test. E l'Italia ne sa qualcosa. Giulio Cabianca, il 15 giugno 1961, perì al volante della sua Cooper-Ferrari durante una sessione di test privati sul circuito di Modena e causando la morte di altre tre persone. Il 15 maggio 1986 fu la volta del mitico Elio De Angelis, al Paul Ricard, mentre testava la Brabham-BMW BT55 "skateboard". A momenti anche Streiff ci lasciava le penne, al Jacarepagua, alla vigilia del Mondiale 1989. La sua AGS distrutta, il pilota francese paralizzato. E si poteva morire in partenza, come successo al nostro Riccardo Paletti il 13 giugno 1982, al via del GP del Canada. Bastò una vettura ferma in griglia, un urto, ed il giovane milanese non c'era più. Ed ancora, si poteva morire - o rischiare seriamente la vita - in gare secondarie, non valevoli per alcun campionato. Il grande Jo Siffert perì così, in una gara organizzata al Brands Hatch per celebrare l'iride conquistato da Stewart nel 1971. Fu il fuoco ad ucciderlo, come spesso accadeva in passato.

La F1 rimase fuori dai giochi della morte per alcuni anni. Pensava che, ad Anni '90 già belli che iniziati, l'incidente mortale fosse ormai una remota probabilità. Le F1, infatti, erano al top della tecnologia - sicurezza compresa - per quegli anni. Gli Anni '90 non erano i '50, i '60, '70 ed '80. Fino ad Imola 1994. Un incubo. Ratzenberger e Senna ci lasciarono per sempre, quest'ultimo colpito fatalmente al capo da un braccetto della sospensione destra. Da quell'istante si decise, a ragione, che nessun pilota dovesse più morire in F1. La promessa, a 14 anni dai tragici fatti imolesi, è stata al momento mantenuta. Kubica deve ringraziare di essere un pilota del 2000, altrimenti il suo botto canadese 2007, in altre epoche, avrebbe avuto esiti ben più gravi di un semplice GP saltato. A scopo precauzionale, tra l'altro.

Auguriamoci con tutto il cuore che l'immortale Ayrton Senna sia stata l'ultima vittima - pilota - della storia della F1. Auguriamoci che week-end come quello di Imola '94 vengano definitivamente consegnati alla storia e non debbano avere più eguali in futuro.
Ma l'errore più grave che si possa commettere è quello di ritenere "salva" la F1, esente da qui a l'eternità da incidenti gravi o gravissimi, sebbene le vetture attuali siano dei bunker. L'imponderabile non è mai morto.
Perché un braccetto assassino può esserci sempre.

- Paolo Pellegrini -

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Commenti di:

Blogger Jones:
L'avanzamento nello sviluppo delle sicurezza nn vuole dire che tutto è sicuro.....!  

Anonymous Anonimo:
Penso che se l'incidente di kubica fosse successo nel 94 ci avrebbe lasciato le penne, sicuro.

Però da qua a dire che si è sicuri al 100 % ce ne passa.
L'ultima morte generale in formula 1 è stata quella del commissario del gp d'australia 2001, colpito da una ruota nell'incidente tra villeneuve-R schumacher.

Quindi direi che la sicurezza va rinnovata anke sul tracciato oltre che alle vetture (ricordando anke la partenza di imola 94) in modo che certi fatti non accadano mai più.

Alex  

Anonymous Anonimo:
Pellegrini.... non se capisce niente...!!!  

Anonymous Stefano2:
Io, direi però che l'imprevisto c'è sempre, si può morire alla fine per una banalità.
Kubica è stato fortunato, non solo per essere stato a bordo di una vettura del 2007. Vi ricordate che si vedevano i suoi piedi all'interno della vettura?
Poteva perderci le gambe, ma gli è andata bene.
Un incidente non avviene mai come si simula nei crash-test.  

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