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Pirelli in F1: storie, personaggi e aneddoti!


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La storia della Pirelli accompagna da sempre quella degli sport motoristici.

Entriamo dentro i box e attraverso cinque bellissimi racconti ripercorriamo la storia del costruttore milanese in Formula 1.

Personaggi unici e aneddoti indimenticbili, in un secolo di vittorie.

Ascari e Campari, handicap a pane e salame
Al Gran Premio di Francia 1925, davanti a un pubblico decisamente ostile alle rosse auto italiane rispetto ai numerosi – ma meno competitivi – bolidi locali, si vide una tra le più incredibili dimostrazioni di forza viste nell’automobilismo. Le Alfa Romeo P2 ufficiali di Antonio Ascari e Giuseppe Campari erano così superiori rispetto alle avversarie (Delage, Bugatti, ecc.), da indurre la squadra a predisporre un pit-stop ante litteram per i piloti, in cui mentre i tecnici lucidavano le carrozzerie dopo aver fatto il pieno e verificato olio e acqua, i piloti ebbero la possibilità di fare uno spuntino a pane e salame. Soddisfatto quindi l’aspetto prettamente gastronomico, gli alfieri dell’Alfa Romeo tornarono tranquillamente a correre in pista, imponendosi dall’alto di una superiorità imbarazzante e sempre con un distacco assai inquietante per i rivali.

Varzi piega Nuvolari, battuto dalle gomme da pioggia
Nei primi anni ‘30 l’Italia da corsa era divisa tra i fan di Nuvolari e gli estimatori di Varzi. Tra il mantovano e il novarese le battaglie epiche furono moltissime, come nel caso di una Mille Miglia in cui – con Nuvolari al comando e in vantaggio, Varzi ricevette un ordine di scuderia da parte del suo patron Enzo Ferrari, che lo invitava a montare gomme ancorizzate (le “rain” dell’epoca). Iniziò a piovere e con le Pirelli adatte, il prode Achille recuperò gran parte dello svantaggio, arrivando a superare agilmente Nuvolari – in gara su un’Alfa Romeo ufficiale, ma in profonda crisi con le gomme. Varzi si vendicò così dello “scherzo” fattogli da Nuvolari quattro anni prima, quando Tazio recuperò terreno sugli Appennini, spegnendo i fari mentre scollinava per evitare che il rivale potesse vederlo. Fu così che il mantovano poi piombò di slancio su Varzi, annichilendo ogni resistenza di quest’ultimo nel percorso verso il traguardo di Brescia.

Quando l’Alfa e le Pirelli mandarono i nazisti su tutte le furie
Anche Nuvolari e il suo mito seppero trarre vantaggio dalle gomme da corsa milanesi. Al Nuerburgring nel ‘35 (G.P. di Germania) davanti a Hitler, le Auto Union e Mercedes-Benz dominarono la scena in prova. Nuvolari con la sua Alfa ormai anzianotta era nettamente staccato dai teutonici sulle loro frecce d’argento. In gara però, le auto tedesche accusarono insormontabili noie alle gomme e Von Brauchitsch, che era in testa con la sua Mercedes, sembrava poter reggere al recupero del campione italiano fino all’ultimo giro (che era pur sempre di oltre 22 Km). Tuttavia, nelle ultime battute una gomma di Von Brauchitsch cedette, le Pirelli di Nuvolari no e l’Alfa rossa di Tazio andò a vincere con grande scorno dei gerarchi nazisti. Hitler lasciò il circuito in anticipo e, nell’imbarazzo completo di Uhünlein, capo della motorizzazione tedesca e unico alto papavero rimasto, alla premiazione si faticò per trovare una bandiera italiana e l’inno di Mameli: non erano previsti.

Il capolavoro di Fangio con la Maserati al Nürburgring
Tra i grandi assi che hanno fatto la storia dell’automobilismo non può certo mancare Juan-Manuel Fangio, l’argentino protagonista e dominatore della F1 durante il primo decennio di gare iridate. Al Gran Premio di Germania 1957, Fangio che era ormai a fine carriera e ormai in procinto di conquistare il suo quinto titolo Mondiale – sugli otto attribuiti fino ad allora… – con la Maserati 250F gommata Pirelli. Pilota che univa la freddezza di Varzi all’irruenza di Nuvolari, “el chueco” (gambe storte) in quel GP doveva vedersela con la Vanwall di Moss e, soprattutto, con le Ferrari di Hawthorn e Collins, che erano i veri antagonisti del campione d’origine italiana. Al dodicesimo dei ventidue giri in programma, Fangio si ferma ai box per cambiare le gomme e fare rifornimento.
L’operazione di sostituzione dei pneumatici prende più tempo del previsto per un problema tecnico nel rimontare i dadi di fissaggio, cosicché le due Ferrari passarono al comando con un margine di addirittura 46 secondi. Considerando il fatto che rimanevano dieci giri, l’argentino doveva recuperare quasi cinque secondi al giro ai due inglesi che nel frattempo stavano forzando il ritmo. Sembrava un’impresa impossibile o al limite del suicidio (visto che il Nürburgring era già allora un circuito pericoloso) e Fangio nei primi due giri dopo la sosta rosicchiò alle Ferrari solo due secondi al giro. Ma già dopo il sedicesimo passaggio, la Maserati aveva recuperato ben sette secondi. Il giro dopo, ecco altri sette secondi in meno cancellati dall’argentino. Ai box di Maranello cresce l’agitazione e nel contempo si ordina a Hawthorn e Collins d’accelerare. Affrontando le curve a 230 Km/h ma senza alzare il piede dal gas e tagliando tutte le curve al limite dell’uscita di strada, Fangio si portò a una distanza “visiva” dai due inglesi, a tre giri dal traguardo. Vedere le Ferrari ormai …a tiro galvanizzò ulteriormente Fangio che, scatenato, raggiunse e infilò dapprima Collins al penultimo giro, per poi superare poi la Ferrari di Hawthorn dopo una paurosa sbandata. Il miracolo, un’impresa impossibile per i cronometristi della Ferrari, si era compiuto.

La vittoria numero 13 di Piquet fa felice la Pirelli…
È il 7 luglio 1985. Per favorire televisivamente parlando il Tour de France, si decide che il Gran Premio di Francia, in programma a Le Castellet (e di riflesso a due passi dal mare di Tolone e Marsiglia, Bandol e Saint Tropez), scatterà alle 13.15, ossia poco dopo mezzodì con l’ora solare e sotto il sole che spacca i sassi. Tra i più infuriati c’è Nelson Piquet, quinto in qualifica con la Brabham-Bmw gommata Pirelli P7, che teme giustamente la calura che si deve sopportare per oltre un’ora e mezza quando c’è da affrontare il micidiale rettifilo di Signes che l’Arrows-Bmw di Marc Surer percorre a 338,4 Km/h. Ad aggiungere tensione a Piquet c’è il guasto al cambio sulla vettura da gara che l’obbliga ad usare il muletto. Senza Mansell (Williams-Honda, in infermeria dopo un pauroso incidente, si parte per un GP che ha in prima fila Rosberg (Williams-Honda) e Senna (Lotus-Renault): al via i due controllano la situazione, davanti ad Alboreto sulla Ferrari, ma chi scatta meglio è proprio Piquet che in due giri infila il milanese e Prost (McLaren-Tag) che gli partivano davanti. La Ferrari rompe il motore subito dopo, mentre Piquet (con serbatoi pieni) gira più veloce di tutti. Già al sesto passaggio Nelson supera Senna e va poi al comando, passando Rosberg al giro seguente. Il caldo manda in tilt il cambio di Senna, che ripartirà attardato, mentre Piquet stacca tutti gli avversari, in lotta tra loro. La Brabham al comando allunga il passo costantemente: il merito è pure delle gomme Pirelli che si esaltano sul ruvido e rovente circuito francese. Le P7 dure sviluppate durante l’inverno in Sudafrica permettono quest’exploit eccezionale al campione brasiliano, che dopo 53 giri offrirà la prima vittoria a Pirelli dal rientro della Casa milanese in F1 (1981). Per Nelson, giunto stremato ma palesemente felice, è il successo numero …13 in un GranPremio.

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