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Da Wheldon a Simoncelli, gli sciacalli sono tra noi!

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16 ottobre 2011, 23 ottobre 2011. Due giorni che hanno segnato la storia del motorismo internazionale. Quelle che ci siamo appena lasciati alle spalle sono state tra le peggiori settimane mai vissute dagli appassionati di motori: prima la scomparsa di Dan Wheldon, poi quella di Marco Simoncelli. Due botte tremende, le cui ferite ancora provocano un dolore insopportabile. Come “tradizione”, dopo ogni tragedia gli avvoltoi si levano in volo, pronti a scaraventarsi sulla preda di turno. Accade da quando esistono le competizioni motoristiche. I non competenti in materia si elevano a tribuni del popolo, a giudici supremi, sempre pronti con il loro dito inquisitore levato al cielo ad elargire moniti, predicozzi e lacrime. Ricorderete bene, dopo la morte di Ayrton Senna (già, perché quella di Ratzenberger era passata sotto silenzio, tanto ai tuttologi del povero e “sconosciuto” Roland non è mai fregato un emerito fico secco…) improvvisamente tutti si scoprirono esperti di Formula 1, tifosi, amici e profondi conoscitori di Senna. E che dire di Alex Zanardi? Non è morto (per fortuna!), ma il processo è il medesimo: da perfetto ignorato, “Zanna” è diventato un mito per giovani e anziani solo da ospedalizzato e post-ospedalizzato. Merito dei tuttologi, ovviamente!

Costoro si considerano infallibili, attendibili, esperti, tuttologi. Ed oggi, dall’omicidio di Avetrana all’incidente che è costato la vita a Marco Simoncelli, il passo è breve. Che differenza c’è, no?

In questa ultima settimana, ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori. Nei patinati salotti pomeridiani de “L’Italia sul Due” condotto da Lorena Bianchetti e “Domenica 5”, presentato da Claudio Brachino, si sono alternati ed affiancati navigati intenditori in campo motoristico: Antonio Marziale (sociologo), Sarah Viola (psicoterapeuta), Silvana Giacobini (giornalista), Emanuela Falcetti (giornalista), Alessandro Meluzzi (psichiatra), Barbara Palombelli (giornalista), Fulvio Abbate (scrittore), David Parenzo (giornalista politico).

Accipicchia, che fior di esperti! Personaggi che hanno dato vita a discorsi dozzinali, scontati, forzosamente strappalacrime (come se la morte di Super Sic non fosse già sufficientemente deprimente di suo…), pseudoesistenziali, sovente assurdi, complicatissimi e fuori dalla realtà. Il tutto, senza conoscere gli oggetti del dibattito: Marco Simoncelli, il motociclismo, i rischi che lo sport del motore comporta. Discorsi immancabilmente infarciti di retorica e terminologie teatrali da era paleocristiana: “strumenti di morte”, “cavallo di ferro”, “centauro”. Fortunatamente, ad elevare un poco la infima qualità dei suddetti dibattuti da dopopranzo sono intervenuti autentici nomi del settore: Paolo Scalera (Corriere dello Sport), Giacomo Agostini ed il mitico Dottor Claudio Costa. I primi due ospiti a “L’Italia sul Due”, il terzo ospite di Canale 5. Appena tre addetti ai lavori distribuiti in due trasmissioni: grande Giove, non saranno troppi…?

Passo indietro. E ritorniamo all’incidente mortale di Dan Wheldon. Ebbene, dopo la tragedia, alcuni giornali italiani (ripeto: solo alcuni giornali italiani!) osano affermare che la morte di Dan Wheldon sia da imputare ad una scommessa fatta dallo stesso pilota inglese, finalizzata alla vincita di 5 milioni di Dollari. Un gustoso premio di 5 milioni di Dollari, appunto, messo in palio dalla IndyCar e destinato al vincitore della corsa di Las Vegas. Sciocchezze, panzane, vergognose illazioni messe in circolo da giornalisti da strapazzo che di corse e di piloti ne sanno veramente, veramente poco. Le cose sono andate diversamente da quanto balordamente raccontato. Dan Wheldon, infatti, aveva dichiarato che, in caso di vittoria, avrebbe condiviso il premio con un suo fan. Un’operazione pubblicitaria, nulla più. Wheldon era uno scaltro professionista, un vincente, un signore, mica un pirata della pista, preda di una irrefrenabile fame di quattrini!

Una storia già vista. Le tragedie del motorismo scatenano il lato peggiore della stampa, in quanto bersagli facili per moralisti ed ipocriti dell’ultima ora. Ecco, allora, che il dramma cede il passo ad accuse infamanti o infondate, sparate ai quattro venti non solo da addetti ai lavori evidentemente accecati da un improvviso bagliore di populismo (“Villeneuve è morto per colpa delle minigonne, Senna per la pericolosità della pista e delle vetture, Wheldon per l’alta velocità e Simoncelli per le pedane ed i manubri delle altre moto!”, assurde falsità alcune dure a morire, altre sparate a caldo quasi senza ragionare…) ma soprattutto dai soliti improvvisati tuttologi, i quali, per loro stessa ammissione, non sono appassionati di motori né conoscitori di Simoncelli (la Viola ed il Parenzo, tanto per fare due nomi). Perché, allora, invitarli a discutere del “Sic”, cara RAI, cara Mediaset?

Onestamente, noi veri appassionati di gare e motori ne abbiamo le scatole piene. Il motorismo non è roba da “tuttologi”. È qualcosa di più di un semplice passatempo domenicale, perché sa essere straordinariamente ed unicamente spassoso e crudele allo stesso tempo. Cari tuttologi, lasciateli a noi Wheldon e Simoncelli, così come tutti gli altri nostri eroi, i nostri caduti. Voi non potete capire.

Un’ultima battuta la suggerirebbe proprio il buon “Sic”. Nel sentire tutti quei discorsi impapocchiati dai “tuttologi”, si sarà fatto sicuramente una grassa risata, e con quel suo fare simpaticamente e genuinamente impacciato avrà detto: “Diobò, meno pugnette, ragazzi…!”.

Scritto da: Paolo Pellegrini

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6 Commenti

  1. bell’articolo complimenti!

  2. Mi trovi perfettamente d’accordo anche se non gurdando i canali nazionali, specie di pomeriggio (sapndo bene quale incredibile spazzatura ci sia in giro a quell’ora) non avevo la minima idea dello sciacallaggio che c’era stato. Ma effettivamente conoscendo l’attuale tv c’era da aspettarselo.
    Solo un commento
    E’ ovvio che Wheldon non è morto per la scommessa. Che l’avesse fatta o meno si è trovato coinvolto in un incredibile carambola partita parecchie posizioni avanti che non è assolutamente dipesa da lui. Per quanto stesse spingendo per risalire il gruppo si trovava in una situazione assolutamente normale al momento dell’incidente, non stava mica prendendo rischi strani con manovre azzardate. Semplicemente non ha potuto fare niente ed è stato pure estremamente sfortunato visto che di vetture decollate o finite sulle barriere ce ne sono state diverse e nessuno si è fatto niente di serio. Al massimo si può dire che se non fosse partito ultimo, ma nelle prime posizioni, poteva trovarsi non coinvolto. Però questo non vuol dire nulla, magari al posto suo ci si trovava qualcun altro. Power e Franchitti che erano in lotta per il campionato e non avevano fatto nessuna scommessa, si erano trovati anche loro molto dietro e stavano battagliando anche loro per risalire. Anche loro si sono ritrovati coinvolti nell’incidente solo che franchitti è capitato in un incredibile pertugio in cui infilarsi, power è decollato ed è finito a muro. Semmai la questione che ci si può porre è se aveva senso correre con delle indy car in un ovale così stretto e se era il caso per rendere più avvincente la scommessa di Wheldon aggiungere una decina di partecipanti proprio in un ovale del genere dove già in 20 si sta stretti.

  3. Avevo scritto altro e poi l’ho cancellato. Sarei apparso troppo polemico. Purtroppo però, caro Pellegrini, l’opinionismo televisivo impera. Fa spettacolo.
    Non si capisce perchè si dovrebbe ascoltare l’opinione e talvolta il moralismo di persone, che non hanno competenze su di cui sono invitate a parlare e non si sa perchè siano loro invitati a farlo. Mi fermo altrimenti riprendo ad essere polemico.
    La scomparsa di Simoncelli e di Dan Wheldon sono ancora troppo recenti per diluire il dispiacere di quanto accaduto. Ascoltare l’inutile, da sicuramente afflizione. Ribadisco ancora quì come ho detto nel post dedicato a Marco Simoncelli, che le uniche persone ammirevoli sono i genitori di Marco, che spinti dal dolore, avrebbero potuto recriminare tanto verso il motociclismo e altri sport motoristici, e invece hanno parlato poco e detto il giusto, contrariamente a chi parla troppo e dice poco.
    Eppure, nonostante le tue osservazioni, che condivido, caro Pellegrini ciò che più mi ha colpito e dispiaciuto a seguito della morte di Marco, non sono tanto i discorsi degli incompetenti che affollano le televisioni. Non sono i discorsi degli incompetenti che affollano i bar, o che affollano i mezzi pubblici. Luoghi questi ultimi due, ove lo scambio opinionistico è cinicamente talvolta urlato. Non sono i discorsi di questi dicevo che più mi hanno colpito, in fondo in molti, lo fanno solo per parlare.
    Ciò che più mi ha colpito sono le dichiarazioni del padre di Lorenzo. Persona competente di motociclismo.
    Quando da parte di persone competenti arrivano dichiarazioni di quel tipo, lo sconforto è totale.
    Fortuna che il figlio, rivale in pista di Marco, ha preso le distanze dalle dichiarazioni del caro genitore.

  4. Per fortuna non ho ascoltato alcuna di queste trasmissioni.

  5. Il silenzio non ha mai danneggiato persona, l’aver parlato nocque a molti.

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