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Piloti italiani, ripudiati solo dalla Formula 1

Jarno Trull - Copyright: Daniel Kalisz / LAT Photographic

Jarno Trull - Copyright: Daniel Kalisz / LAT Photographic

Jarno Trulli esonerato, subentra Vitaly Petrov. Prendendo in prestito un’espressione calcistica, potremmo così riassumere il succo dell’avvicendamento effettuato dalla Caterham. Ben inteso: Vitaly Petrov è un buon pilota, tuttavia le ragioni di tale sostituzione sono lampanti e chiare anche ai sassi. Contrariamente al pilota abruzzese, il driver russo porta quattrini e sponsor. Inoltre, Petrov rappresenta il gancio ideale per il futuro GP di Russia.

Del resto, prendendo in esame il panorama delle scuderie di medio-basso livello, sono i piloti paganti a farla da padrone. Piloti anche validi, i quali, tuttavia, hanno nel lauto portafogli il proprio punto di forza. Il caso Williams è emblematico: Bruno Senna e Pastor Maldonado, grazie alle proprie risorse economiche, al proprio cognome (Senna) e all’appoggio statale (dietro Maldonado c’è il Venezuela), non hanno avuto difficoltà a trovare sistemazione in Formula 1.

I ravvicinati benserviti a Liuzzi e Trulli sono solo gli ultimi segnali di una proverbiale avversione della Formula 1 nei confronti dei piloti italiani, anche quando eccellenti e portatori di quattrini. Una palese insofferenza che, specie a partire da epoche più recenti, è andata sempre più ad acuirsi. Le ragioni sono molteplici.

Anzitutto, gli italiani, oggi, hanno perso potere contrattuale agli occhi degli insaziabili manager della Formula 1. Agli italiani, oggi manca la liquidità, il denaro cash, lo sponsor importante. E diciamolo francamente: oggi, soprattutto oggi, conta sempre più il denaro e sempre meno il talento. Funziona così, non solo in Formula 1.

Insofferenza storica, dicevamo. Eccezion fatta per alcuni casi eccezionali, i piloti italiani hanno sempre incontrato mille difficoltà in Formula 1. Persino negli anni d’oro dell’invasione italiana, ossia tra la fine degli Anni 70 ed i primi Anni 90. Un lungo periodo durante il quale l’Italia dei motori è stata capace di partorire una generazione di autentici fenomeni. Fenomeni veri. Gente che in Formula 3 e Formula 2 ha strapazzato fior di piloti e che avrebbe vinto titoli mondiali di F1 se solo fosse stata messa nella condizione di farlo. Eppure, andando a stringere, sono state concesse loro poche, saltuarie occasioni per potere concretamente emergere o primeggiare. E quando giunti al vertice, ad essi è stato affibbiato spesso e volentieri il ruolo di seconda guida. Oppure, più semplicemente, tali piloti hanno avuto poca fortuna al volante di monoposto non di vertice, veloci ma poco affidabili o di scuderie blasonate decadute o in annate di scarsa competitività. Amen.

I nomi li conosciamo tutti: da Giacomelli a Gabbiani, da Patrese a De Angelis, da De Cesaris ad Alboreto, da Nannini a Modena (il Senna italiano), da Martini sino a giungere alla generazione dei Baldi, Caffi, Pirro, Zanardi e Papis. E sono solo alcuni nomi…

Poi, c’è Ivan Capelli, oggi commentatore RAI, ieri straordinario talento non compreso appieno e ancora oggi deriso e sminuito. Un ottimo professionista capace di macinare record dalla Formula 3 alla Formula 3000, fare i salti mortali con Tyrrell e March-Leyton House e che la Ferrari (sì, sì, proprio l’italianissima Ferrari…) bruciò, gettò alle ortiche ed osteggiò senza ritegno e pudore in quel fallimentare 1992. Una storia, quella del buon Ivan, che ha ancora tanto, tanto da insegnare…

Una sorte più maligna toccò nel 1981 all’eccezionale Andrea de Cesaris, astro nascente del motorismo italiano ed internazionale. Ebbene, in quell’anno, il povero Andrea soffrì le pene dell’inferno: osteggiato senza vergogna dalla McLaren, da Ron Dennis (ritenuto tra i manager più insopportabili della storia del motorismo mondiale e che considerava gli italiani tutti ladri). A de Cesaris, spesso e volentieri, rifilavano gli scarti: il bravo pilota romano, poi, veniva accusato di non andar forte e di essere un sfasciamacchine…

E volendo, si può andare ancora più a ritroso nel tempo, alla ricerca di tutti quei piloti italiani, capaci di strabiliare in altre categorie, ma che in Formula 1 hanno raccolto poco (pur ben figurando…), poiché (e ti pareva…) nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Fenomeni veri. Ma sovente sottovalutati e sottoimpiegati, in grado comunque di emergere in una Formula 1 troppo spesso spietata, disumana, discriminatoria, forte coi deboli di portafogli e barbara con l’italiano in quanto tale. Tutta gente brava (ma brava davvero!), spesso e ingiustamente giubilata dopo pochi GP ma che, alla faccia di chi le voleva male, ha trovato fortuna e gloria altrove (successi quasi sempre ignorati e passati sotto silenzio…) . Non si tratta di vittimismo all’italiana, ma di realtà storiche narrate e raccontate.

Già, ma come valutare le prestazioni degli ultimi portacolori italiani in Formula 1? Giancarlo Fisichella è sempre stato considerato un buon pilota, specie sul bagnato. Ancora oggi, in Endurance, garantisce elevate prestazioni, benché si cimenti nelle difficili gare di durata da pochi anni. Idem Jarno Trulli. Tonio Liuzzi, probabilmente, non si è espresso al massimo, palesando ancora una incompleta maturazione (ma se avesse almeno la possibilità di correre…). Oggettivamente, in alcuni frangenti, Fisico e Trulli potevano dare molto di più, ma è pur vero che (probabilmente conosceremo la verità tra qualche anno…) in Renault (ossia, la scuderia di vertice per entrambi i piloti) non hanno goduto di un trattamento costantemente equo e paritario rispetto a Fernando Alonso (indiscusso fenomeno). Chi il migliore tra Fisichella e Trulli? Difficile dirlo con matematica esattezza. Entrambi hanno mostrato innate qualità velocistiche e guide attente e pulite. In F1 ha vinto di più il romano, in grado di aggiudicarsi persino un GP (Brasile 2003) su Jordan. Ma anche l’abruzzese non ha sfigurato; indimenticabili alcuni suoi exploit al volante della Prost nel 1997, specie in quel pazzesco GP d’Austria. Ma se Fisichella è attualmente impiegato a tempo pieno in Endurance nel Team AF Corse, ancora tutto da scrivere il futuro professionale di Trulli.

E arriviamo ai giorni nostri, alla stretta attualità. Una lenta, inesorabile e prevedibile moria di piloti italiani. Persino Giorgio Pantano, vincitore della GP2, detiene un record, per nulla invidiabile: l’unico vincitore della categoria a non aver trovato un volante in Formula 1 l’anno successivo! Quello stesso Pantano che, ancora acerbo nel 2004 su Jordan, poteva e può dire ancora la sua in F1. E persino Luca Filippi, ottimo secondo in GP2 lo scorso anno alle spalle del veloce Romain Grosjean (che ritrova la Lotus ex Renault in Formula 1…), non ha annusato nemmeno l’odore di un volante e due pedali di Formula 1. Ma tu guarda il caso: molti altri piloti provenienti da GP2, WSR e chi più ne ha più ne metta di queste formule monomarca trova incredibilmente posto in Formula 1, fosse anche per qualche test… gli italiani no!

Dunque, fanno bene questi piloti (che non saranno i fenomeni del secolo, ma validi professionisti sì al pari di tanti bravi stranieri…) ad emigrare negli Stati Uniti e cercare fortuna nella difficile IndyCar, terra di sogni e speranze, in cui una possibilità non si nega a nessuno. Dunque fanno bene i tanti validi, ottimi piloti italiani a guardarsi altrove, magari intraprendendo una carriera nelle ruote coperte.

Già, perché non esistono solo la santificata Formula 1 e la Ferrari (la prima a non credere nelle potenzialità dei piloti italiani…). Finalmente, anche i più giovani iniziano a capire che non esiste solo la Formula 1 quale massimo obiettivo: sempre più frequentemente, giovani piloti provenienti dalle innumerevoli categorie formula optano per le ruote coperte. Una conveniente e gratificante alternativa al navigare senza meta attraverso il deleterio marasma di formule e formulette monomarca esistenti oggigiorno.

Se in Formula 1, oggi (ma non da oggi), i piloti italiani sono considerati nullità, in altre categorie il tricolore sventola più fiero e spavaldo che mai. Da sempre.

Rimanendo allacciati al presente, Dindo Capello ed Emanuele Pirro incarnano al meglio l’Italia che vince e che piace. Conosciuti ed idolatrati all’estero, dimenticati, per non dire misconosciuti, in Italia. Che schifo, che vergogna nazionale.

Molte Case operanti in Formula 1 dovrebbero imparare da Audi, mica robetta: una grande, rinomata e plurivittoriosa Casa che, contrariamente ai santoni della F1, persegue una politica limpidamente meritocratica. E poco importa se sei tedesco, francese, svizzero, inglese, italiano o del Bongo Bongo. E soprattutto, l’Audi crede nei giovani dal piede pesante. Giovani che, al contrario di quanto accade con i cosiddetti Junior Team di Formula 1, non vengono assemblati in laboratorio; inoltre, essi possono già ambire a gare di massimo livello e potersela giocare con i mostri sacri del motorismo: alla 24 Ore di Le Mans e nel Mondiale Endurance, in DTM, in Gran Turismo.

L’Audi mica è scema. La Casa di Ingolstadt ha confermato Edoardo Mortara (talento cristallino) in DTM con il Team Rosberg e ha ingaggiato Marco Bonanomi (campione italiano GT3 nel 2011 con Audi Sport Italia al volante della R8 LMS) per la 6 Ore di Spa-Francorchamps e la 24 Ore di Le Mans.

Evidentemente, per essere chiamati dall’Audi, i nostri piloti non sono poi così malaccio…

Una opportunità che il nostro Marco deve bene giocarsi, ma senza inutili patemi e l’ossessione del tutto-e-subito. Un bel segnale di gratitudine, un profondo riconoscimento per l’ottimo lavoro svolto in Italia: prendere parte ad una delle corse più affascinanti al mondo ed essere affiancato da assi del calibro di Capello, McNish, Kristensen e compagni, i quali masticano Endurance già da un bel po’ di anni e conoscono il sempre ostico circuito della Sarthe come le proprie tasche…

Per la cronaca, il nostro Marco Bonanomi condividerà il volante della Audi R18 Ultra dell’Audi Sport North America assieme a Oliver Jarvis e Mike Rockenfeller; l’altra R18 “convenzionale” del Team Joest sarà affidata al terzetto composto da Timo Bernhard/Romain Dumas/Loïc Duval. Le due nuove R18 e-tron quattro (ibride) di Joest verranno affidate al terzetto vincitore nel 2011, ossia Marcel Fässler/André Lotterer/Benoît Tréluyer, e ai veterani di casa Audi, Dindo Capello/Tom Kristensen/Allan McNish.

Piloti italiani davvero brava gente. Solo la Formula 1 li rinnega. Piloti italiani li abbiamo conosciuti e li troviamo oggi nelle tante, troppe formule di avvicinamento alla F1 (GP2 compresa) e ormai da decenni spopolano, dominano e vengono apprezzati nelle ruote coperte. Talenti gettati via. Male per la Formula 1, buono per le altre categorie, i cui appassionati possono esaltarsi di fronte alle gesta dei vari Bertolini, Bruni, Biagi e così via.

Dunque, piloti italiani re assoluti delle ruote coperte, praticamente al macero in Formula 1. Oggi più che mai, i nostri tre alfieri in GP2, Davide Valsecchi, Fabio Onidi e Fabrizio Crestani, è bene che non si facciano strane illusioni, anche nel caso in cui dovessero cogliere ottimi risultati…

Mettiamoci anche Davide Rigon, altro pilotino niente male in grado di ben figurare se solo gli fosse concessa una decente opportunità (infortuni a parte…).

In che modo, allora, riattivare il circuito piloti italiani-Formula 1? Considerato che il talento e le doti velocistiche non bastano, gli italiani dovrebbero essere in grado di portare “grana”. Cosa non facile e che richiede altre abilità, le quali, però, esulano dalle capacità di guida.

E, a nostro parere, non sono sufficienti nemmeno i “talent show” del motore, oggi tanto di moda e che pretendono di “assemblare”, un po’ artificiosamente, piloti (in teoria) programmati per vincere. Ragazzini ancora bambini ingaggiati sin dal karting, trasformati subito in baby-professionisti (che tristezza…!) e coccolati sino alle formule di avvicinamento alla Formula 1, spesso integrati all’interno di autentici Junior Team. Una modalità di selezione militaresca che, a nostro modestissimo avviso, tradisce numerose pecche, forzature e degenerazioni. Facciamoli respirare e vivere ’sti ragazzi! Meno pressioni, meno apprensioni, meno ansia da prestazione! E lasciamo che sia il corso naturale della gavetta e della carriera a selezionare i piloti!

La Ferrari ha da poco introdotto il Ferrari Driver Academy, la cui ala protettiva, però, contempla al momento un solo pilota italico, Raffaele Marciello. Bocciati Mirko Bortolotti e Daniel Zampieri. Parimenti al Ferrari Driver Academy, esistono il glorificato Red Bull Junior Team, l’altrettanto mitizzato McLaren Driver Development Programme, l’iRace Professional Lotus/Gravity Management, il Caterham Driver Development Programme. A queste vere e proprie fabbriche di piloti, dirette emanazioni di costruttori impegnati in Formula 1, si affiancano altre realtà, quali l’All Road Management di Nicolas Todt e il Motor Sport Association Academy UK, legato alla Federazione britannica.

Apparati, quelli appena elencati, spesso messi in piedi tanto per far vedere che ci si preoccupa per le sorti della gioventù del volante.

Iniziative finalizzate alla caccia di fantasmagorici portenti del volante (i quali, magari, riuscirebbero ad emergere naturalmente ma con qualche assillo in meno…) e spesso caratterizzate da sterili finalità. Basti pensare al test organizzato dalla Ferrari sul tracciato di Vallelunga per i primi tre classificati della Formula 3 Italia (che non necessariamente sono italiani). Un test che, per i piloti in questione, può significare tanto, il sogno di una vita, ma che, andando a quagliare, si conclude sempre in un nulla di fatto. Insomma, si tratta più di una mossa pubblicitaria messa in piedi da Ferrari e ACI-CSAI che un reale test in prospettiva futura. E dire che di giovani piloti italiani interessanti, bravi quanto quelli stranieri, al volante della Rossa ne sono passati…

Mah! Un tempo non esisteva nulla di tutto ciò, eppure il livello dei piloti era alto, altissimo. Insomma, gli Hamilton ed i Vettel nascevano anche 40, 30, 20 anni fa senza ricorrere a “fabbriche” di piloti e Junior Team assortiti…

La selezione (anche all’epoca, non priva di imperfezioni, come ogni cosa su questo mondo…) avveniva in modo più naturale e attraverso poche, mirate categorie intermedie. Le massime ambizioni europee relativamente alle competizioni su pista, ovviamente, erano due: il Mondiale Marche (che sino alla prima metà degli Anni 70 era più popolare ed importante della Formula 1…) e la Formula 1. Ma anche giungere a correre in Formula 2 (poi F3000) e in altre categorie a ruote coperte rappresentava un bel traguardo.

Le Federazioni nazionali provvedevano ad organizzare validi campionati, i team a selezionare e scegliere i piloti che ritenevano migliori. Oggi, alla stregua dei talent show per cantanti e ballerini, assistiamo ad una stucchevole catena di montaggio di piloti, più o meno talentuosi, a turno definiti “fenomeni” e “predestinati”. Qualcuno di questi arriva in Formula 1, ma, se non gli va bene, lascia il posto al “fenomeno” successivo. I Kovalainen, i Buemi, gli Alguersuari sono stati presto relegati in team di seconda fascia o, addirittura, gettati via manco fossero monnezza. Ed ecco allora, proprio come nei talent show, che i vecchi beniamini lasciano il posto ai nuovi, futuri idoli (gli auguriamo tutto il bene di questo mondo), dando vita ad un meccanismo tritatutto mordi e fuggi: i nuovi maghi del volante portano i nomi di Daniel Ricciardo e Jean-Eric Vergne. Sapranno incantare le folle? Dureranno? E se faranno cilecca in Formula 1, verranno anch’essi bollati dai media e dagli appassionati con l’infamante marchio di “paracarro”, odiosa prassi oggi consolidata? Poco importa, avanti il prossimo e vai col televoto…

In queste settimane impazza la caccia ai colpevoli. È colpa dell’ACI-CSAI? O dei piloti italiani, non all’altezza di quelli di altre nazionalità? I problemi relativi ai vivai e alla crescita dei giovani piloti sono annosi e di non facile soluzione. ACI-CSAI ci sbatte costantemente il grugno da decenni.

I risultati sono contrastanti. Esaltanti da un lato, poiché i piloti italiani sono apprezzati in tutto il mondo e in ogni categoria, deprimenti dall’altra, poiché l’Italia non è più in grado di far breccia nell’ambiente della Formula 1. La questione, allora, è una sola: ai “puzzettosi” manager della Formula 1 non piacciono i piloti italiani! I fatti non mentono. Esiste un problema di evidente incompatibilità “politica”.

Scontato dire che si può fare sempre meglio, tuttavia non è il caso di parlare di “crisi del sistema Italia”, rifilandoci le solite, storiche randellate sugli zebedei. L’Italia dei motori non è da buttar via. Lo testimoniano i tanti piloti e team stranieri che vengono a correre in Italia, dal karting ai campionati maggiori. Lo testimoniano i tanti piloti italiani che brillano e vincono in altri mondi motoristici, nati e cresciuti nella medesima Italia motoristica quotidianamente stroncata e crocifissa. Evidentemente, la materia prima è buona, anzi, buonissima. Il fatto che non ci sia un pilota italiano in Formula 1 non deve far pensare che i nostri piloti siano degli incapaci monumentali e che i campionati nazionali siano di infimo livello. Attenzione, non è affatto così. In Francia, il campionato nazionale di Formula 3 ha cessato di esistere da un pezzo, eppure, negli ultimi anni, dopo un periodo di stallo, i piloti francesi sono tornati alla ribalta, sebbene nelle ruote coperte non sia mai venuto meno un bacino di autentici diavoli (alcuni anche malamente rigettati dalla Formula 1…).

È un rebus indubbiamente intricato e complicato
, quello relativo alla formazione di giovani piloti. Al livello nazionale, è bene che ACI-CSAI potenzi e renda sempre più appetibile da un punto di vista tecnico-sportivo i campionati (possibilmente rifiutando l’odioso “monomarchismo” oggi imperante e regole sportive cervellotiche che nulla hanno a che fare con il cosiddetto spettacolo…): Formula ACI-CSAI Abarth, Formula 3, Campionato Italiano Prototipi su tutti. Altri rimedi non ce ne sono.

La palla, quindi, passa solo ed esclusivamente nelle mani dei team, tra i principali artefici delle fortune o delle disgrazie dei piloti.

Nessuno deve sentirsi obbligato ad ingaggiare piloti italiani. Ma che almeno non vengano discriminati per principio. Suvvia, è innegabile: la principale colpa della mancanza di piloti italiani in Formula 1 è da imputare proprio ai team di Formula 1, sempre più affamati di budget stratosferici, di cognomi e facce spendibili allo scopo di assecondare mere logiche di immagine e commerciali. E oggi, ahinoi, l’italiano (ma più in generale, l’Italia) non costituisce motivo di forti business.

Ad ogni modo, noi italiani dobbiamo imparare un po’ di cosette per nulla secondarie. Anzitutto, non drammatizzare oltremodo qualora in Formula 1 non corrano piloti italiani. Oggi va così, si spera passerà presto. Secondo: i piloti italiani non sono inferiori rispetto ai bravi piloti di altre nazionalità. Infine, anche qualora un italiano dovesse finalmente vincere il titolo Piloti di F1, impariamo anzitutto a conoscere e poi ad apprezzare i numerosissimi piloti italiani che da anni ben figurano e vincono in altre categorie automobilistiche, non meno importanti della fagocitante Formula 1.

Forza e coraggio, verrà il giorno in cui, anche in Formula 1, tutti dovranno inchinarsi di fronte ad un “italian word ciempion”…

Scritto da: Paolo Pellegrini

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6 Commenti

  1. Però onestamente nella massima categoria dopo Patrese, Alboreto e Zanardi, che in F1 non ha mai ingranato, di talenti puri in grado di poter vincere non ce ne sono stati, speriamo nel prossimo futuro. La scelta poi della nazione del pilota è abbinata al potenziale di mercato che ha quella nazione per chi investe in F1. O si sceglie un pilota per il suo talento o lo si sceglie (la maggioranza dei piloti) per la sua immagine commerciale nelle nazioni in cui è influente oppure per i soldi o sponsor che porta (e adesso sono molti i team che hanno bisogno di far quadrare i conti)

    • Il ragionamento di fondo (oggi i piloti italiani anche se bravi non riescono a trovare un volante in F1), è vero.
      Sappiamo che in F1 chi si accasa prima sono i famosi ragazzi con la valigia (non dimentichiamo che anche fra questi a volte emergono dei veri talenti).
      Ma noi italiani a tutto ciò siamo abituati (quante volte nel mondo del lavoro sono assunti o emergono i migliori)? Sempre più spesso conta di più essere figlio, cognato, cugino di qualcuno che conta.
      Ma tornando alla F1 voglio ancora dire che fra i nomi citati da Paolo Pellegrini nella sua lettera sfogo, non è vero che molti di loro erano degli assi e non hanno avuto la possibilità di mettersi in luce.
      Faccio solo due esempi:
      A) Fisichella guidava la Renault nello stesso periodo in cui c’era Alonso. Lo stesso Alonso ci ha rimediato due campionati mondiali; il Fisico faceva più o meno quello che sta facendo Massa al fianco di Alonso (una pessima figura).
      B) Alboreto ha avuto la fortuna di guidare la Ferrari per parecchio tempo. Dovessi dire (e io l’ho visto correre più di una volta) che aveva la stoffa del campione direi come minimo una inesattezza.

      Nannini secondo me aveva stoffa; purtroppo la sua carriera si è conclusa anzitempo.

      Anche Patrese e Trulli avrebbero, con un po’ di fortuna, potuto ottenere qualcosa di più.

      In un campionato (non importa che sia F1 oppure Moto GP), un ottimo pilota non può permettersi il lusso di fare più di due/tre errori in una stagione.

      L’ha capito Jorge Lorenzo e l’ha capito Fernando Alonso, e i frutti si vedono.

      Ultimo esempio: che Liuzzi abbia avuto qualche sfiga e che faccia fatica a trovare un volante è vero; ma onestamente che lo stesso abbia la stoffa del campione mi sembra veramente troppo.

      Ricordiamoci che Senna (Ayrton Senna) si è messo in luce con una Toleman, che non era sicuramente la macchina migliore del lotto, poi sono arrivate le macchine buone, ma il talento si vedeva già prima.

      Saluti a tutti
      Silvio Rosso

  2. Sinceramente trovo questo articolo bello e veritiero.

  3. Nemo pilota in patria.

  4. A chi si devono inchinare scusa “italian word ciempion”, e che è?

    Personalmente l’unico pilota Italiano che ho potuto apprezzare nei recenti anni è Trulli, seppur negli ultimi due ha fattto un calo impressionante. Certamente molto sfortunato, prima sostituito “con uno molto meno bravo” nell’anno dove la Renault è diventata competitiva, poi una Toyota che se ne andata.

    e vabbe!!!

  5. La Ferrari faccia quello che ritiene opportuno con l’Academy, però non accetto che la spacci per un programma a favore dell’Italia. I tifosi un cervello che osserva e valuta ce l’hanno